Vacanza in Kenya. Souvenir dall’Africa

Erano anni che sognavo il Kenya. Lo sognavo soprattutto per la Savana con i suoi animali, i paesaggi e i colori da mozzare il fiato. Quello che ho portato a casa dall’Africa va ben oltre i souvenir. Ho imparato che la legge del più forte non vale solo nella Savana, che un sorriso di un bambino vuol dire soprattutto speranza. Che un pulmino non andrà mai troppo forte per le gambette agili di un piccolo desideroso di ricevere qualche pastello e una manciata di figurine in regalo. Che le caramelle, quelle no perché fanno male ai denti e i soldi non sono mai abbastanza per pagare il dentista. Che l’orfanotrofio non è, forse, la cosa peggiore che possa accadere quando dall’altro lato della staccionata hai dei nanetti che aspettano che tu esca per poter ricevere le loro attenzioni.

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Sono rimasta scioccata nel tragitto da Mombasa a Watamu a causa della povertà sfacciata che i miei occhi non sono abituati a vedere. Ho cambiato metro di giudizio poi, addentrandomi nel cuore del Kenya, dove i bambini agitano le manine urlando “Jambo” e ciò che chiedono in dono non sono giochi ma acqua. Ho imparato che una passeggiata in spiaggia è impossibile senza essere tallonati dai beach boys, dei ragazzoni insistenti che fanno a gara a venderti tutto il vendibile.

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Ho imparato che il vino di cocco è disgustoso, che devi trangugiarlo senza sentirne l’odore dopo aver brindato ad una notte di luna piena.  Che compiere i tuoi 31 anni mangiando pesce fresco, in spiaggia, a lume di candela ha un senso ed è quello della leggerezza, degli anni che ti lasci addietro, ed ha il profumo di nuovi amici che cantano canzoni incomprensibili, seduti tutti accanto al fuoco.

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Ho imparato che, ahimè, i tramonti nella Savana non sono sempre rosso fuoco, ma che anche la pioggia nel bel mezzo del safari può avere il suo fascino. Ho sentito l’odore selvaggio della terra bagnata e degli animali, ho imparato a percepire la tensione della caccia dei grandi predatori nel silenzio della sera. Ho visto italiani in Kenya stare rinchiusi nei villaggi a fare la vita da turista, vivere di spiaggia, di giochi aperitivo e di serate cabaret.

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Ho imparato che il mal d’Africa, quello di cui tutti parlano, nasce e cresce dentro di te e con il passare del tempo diventa sempre più insistente. E’ lo sconvolgente bisogno di tornare in quei posti che nonostante non sappiano di casa, ti catturano con la loro naturale bellezza.

 

Informazioni utili e consigli

– A Malindi e Watamu, la popolazione vive di turismo e vede gli stranieri come un’opportunità per guadagnare qualcosa. Se non siete tipi pazienti, questa vacanza non fa per voi. Verrete travolti da questi ragazzoni insistenti, i beach boys, che non vi lasceranno in pace fino a che non acquisterete qualcosa. Impossibile passeggiare liberi sulla spiaggia, sicuramente qualcuno vi inseguirà. Non arrabbiatevi, dopotutto questa è casa loro. A me avevano consigliato di non dar loro corda, ma non ce l’ho fatta, ha vinto la mia curiosità e ho passato ore a passeggiare con loro e a farmi raccontare delle loro usanze, ho scoperto molte cose interessanti riguardanti la loro cultura e in cambio ho comprato dei regalini di Natale, ho lasciato qualche maglietta e un paio di ciabatte. Ragionevole, no?

– A chi affidarsi per fare i safari? Se avete intenzione di soggiornare in villaggio, una volta arrivati cercheranno di convincervi di non affidarvi ai beach boys per non correre inutili rischi. Meglio spendere un pò di più ed avere assicurazione compresa. Io che mi sono fatta intimorire ho fatto così e me ne sono pentita: una volta all’interno dello Tsavo Est, i ranger comunicano fra loro e se c’è qualche problema, ci si aiuta a vicenda. Così è stato, infatti noi, provvisti di assicurazione, siamo stati mezz’ora fermi ad aiutare un camioncino impantanato nel fango. I ragazzi che organizzano i pacchetti per le agenzie sono ex beach boys e si conoscono tutti fra loro. Il mio consiglio è di farsi consigliare nomi di beach boys “di fiducia” e acquistare l’escursione tramite loro; io ho fatto così per gli altri pacchetti e non me ne sono pentita, date loro fiducia e nella maggior parte dei casi, verrete premiati.

 

 

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Stefania

Stefania

Vive a Milano, città con la quale ha un rapporto di amore/odio. Appena può scappa in qualche parte del mondo soprattutto per confrontarsi con culture diverse. Sociologa e amante della fotografia di strada, adora le foto stile McCurry. Sapendo di non poter fare a meno di scrivere, né viaggiare ha deciso di scrivere di viaggi su Diquaedila.it

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