4 giorni tra Washington e Philadelphia, culle dell’identità americana

3

Martedì, 12 agosto – 1° giorno

Nonostante arriviamo a Washington di notte, la strada per giungere in Massachussetts Road, dove si trova il nostro hotel, ci permette di adocchiare diverse chicche, edifici dejà vu in mille film apocalittici e in diverse serie televisive, tra cui Scandal e House of Cards, tra le mie preferite.

Sarà per questa eccitazione che, nonostante il lettone king size, fatico a dormire e sospiro in attesa della mattina, ansiosa di conoscere da vicino questa città iconica. Ma al risveglio, purtroppo, piove a dirotto… Scarpinata per Washington rinviata, optiamo per un giro di musei della Smithsonian Institution, il più grande polo museale degli States che, in 19 strutture, ospita innumerevoli oggetti donati all’America da un Inglese, lo scienziato Smithson, nel 1826 insieme a 500.000 dollari per finanziare un’istituzione per lo sviluppo e la diffusione della conoscenza. Ogni anno i reperti aumentano e così anche le sale destinate a raccoglierli… Un incanto, anche perché i musei sono gratuiti e imponenti!

Prima tappa, su consiglio di un’amica che c’era stata: National Air & Space Museum, una vera e propria storia del volo interattiva presentata in perfetto stile hollywoodiano. Accanto al velivolo dei fratelli Wright, si possono vedere lo Spirit of St Louis di Lindbergh e l’Apollo 11, tutto all’insegna dell’esaltazione della grandezza americana. Devo dire che, da letterata decisamente poco avvezza al linguaggio scientifico, dopo un’ora la mia attenzione nei riguardi di esperimenti di volo, tecniche aeronautiche, missioni spaziali scema… Mi esalta invece lo spettacolo in 3d al planetario, dove non ero mai stata in vita, anche se il mio atteggiamento di fronte ai buchi neri, alla galassia, ai quasar è il medesimo che avrei di fronte ad un film di fantascienza…

Seconda tappa di questo meraviglioso mondo è la National Art Gallery, ospitata in due gigantesche ali che raccolgono 100.000 opere dal Medioevo a oggi. La parte occidentale è realizzata in stile neoclassico e, tra le tantissime meraviglie, vediamo numerosi capolavori del Rinascimento italiano. Nell’ala orientale troviamo invece l’arte moderna e contemporanea, tra cui un’imponente aeroscultura del mio amato Calder. Ciò che mi colpisce di più di questo museo è l’ariosità delle stanze, in ciascuna delle quali sono raccolte poche opere, ben illuminate e posizionate: è un piacere soffermarsi sui morbidi divani per scrutare ogni particolare, senza la tradizionale calca dei musei europei cui siamo abituati. Le sale e i corridoi sono così ampi che la gente si perde e ognuno ha il tempo e il modo per gustarsi i capolavori preferiti. Che pace poi nei cortili interni, dove poter ammirare dei pittori amatoriali che reinterpretano classici della storia dell’arte… Trovo tutto ciò estremamente democratico: questi spazi museali sono davvero della collettività, la gente può tornare ogni giorno, ogni volta che sente il bisogno di Bellezza, senza il limite del prezzo (visto che l’ingresso è gratuito) né della folla. Davvero così ci si può nutrire di Arte e sentirla un proprio patrimonio (se pago il biglietto sono ospite a casa di altri). Questa città già mi piace!

Capitol Hill from Newseum

Incuriositi dalla struttura architettonica, nel pomeriggio decidiamo di visitare il Newseum, sempre nella zona di Pennsylvania Avenue, un museo interattivo sull’informazione a cui la nostra guida dedica poche righe. In realtà si rivela imperdibile: un’immensa banca dati, video, foto che tracciano la storia mondiale attraverso i media. Da Gutenberg a Twitter, passando per tutte le forme di comunicazioni che hanno immortalato momenti salienti della storia mondiale. Fantastico! Fantastica la struttura, 6 piani a vetrate con vista sul Campidoglio; fantastica l’impostazione fruibile per tutti i livelli di conoscenza dell’inglese; fantastica l’emeroteca che contiene le prime pagine di tutti i quotidiani del mondo dei giorni più significativi; fantastici i brevi documentari, i pannelli tematici… Il museo è ricchissimo di stimoli e infatti ci passiamo moltissimo tempo. Emotivamente forte è la parte dedicata alla tragedia dell’11 settembre: testimonianze, immagini, resti delle torri gemelle e altri cimeli fanno rivivere quel giorno in modo drammatico.

Newseum

Cena a due passi dal nostro hotel nella zona delle ambasciate, nel vivace quartiere del Dupont Circle, dove si ritrovano stagisti, impiegati e diplomatici nel dopolavoro nei numerosi locali, tra cui Kramerbooks, una libreria con piacevole caffè sul retro.

Mercoledì, 13 agosto – 2° giorno

La giornata è serena, quindi si parte alla scoperta di una città che, ci avevano detto, avremmo trovato sporca e anonima. Invece registriamo sensazioni opposte: vivibile, pulita, dai vialoni molto ampi che mi ricordano quelli parigini, marmi bianchi abbacinanti negli edifici neoclassici, ordine e tanta convinzione ribadita da bandiere che sventolano in ogni dove. Ma è certo che la nostra conoscenza della città si limita alla zona turistica, che di fatto occupa il nord ovest della capitale, mentre può essere che i quartieri più popolari e degradati rispondano a tutt’altra sensazione.

Ovunque a Washington si avverte un patriottismo unico, si respira il sogno, il faticoso cammino verso l’indipendenza e l’unità (ma poi davvero più faticoso di quello di altre nazioni del mondo? O solo più ostentato e strumentalizzato a fini propagandistici o anche solo turistici?), la presunta superiorità.

DSC_0197

Il National Mall è l’emblema di tutto questo spirito americano; parte all’estremità orientale da Capitol Hill, il Campidoglio, dove ha sede il Congresso, separato dagli altrettanto interessanti edifici della Corte suprema, il massimo organismo giudiziario del paese e della Biblioteca del Congresso, basata sull’idea della conoscenza universale. Chiedendo per tempo il permesso ed esibendo il passaporto, è possibile assistere alle riunioni del Congresso. La prima pietra di questo edificio fu posata nel 1793 da Washington e sappiamo che alla costruzione parteciparono anche scalpellini e scultori italiani che si erano distinti nella decorazione della Basilica di Santa Maria Novella a Firenze.

A metà del Mall si erge il Washington Monument, un obelisco in marmo di 170 m., che sembra un faro sulla città, dedicato al primo presidente degli Usa e costruito in due fasi a partire dal 1848 (infatti metà del monumento è di colore diverso). Ci si può salire per godere della vista sulla città, ma la fila è davvero lunga, quindi desistiamo.

Washington Monument

Poco più avanti, all’estremità del Reflecting Pool, lo specchio d’acqua che accompagna il visitatore verso il Lincoln Memorial, sorge il National WWII Memorial, un grande complesso che commemora tutti i circa 400.000 Americani vittime della seconda guerra mondiale. Esattamente di fronte, all’estremità occidentale del Mall, ecco il Lincoln Memorial, un tempio neoclassico che racchiude la statua del famoso presidente. Da qui Martin Luther King Jr tenne il celebre discorso I have a dream e sempre qui si svolgono le manifestazioni civili più radicali (dal sacro al profano: ricordate il discorso di Forrest Gump contro la guerra del Vietnam?).

DSC_0171

A fare da contrappunto a tutto il bianco che fa da padrone nel Mall, è il Memoriale alle vittime della guerra del Vietnam, composto da due basse pareti di marmo nero su cui sono incisi, in ordine di scomparsa, tutti i nomi dei 58.267 soldati vittime del conflitto. Emotivamente si tratta di un monumento efficace, che obbliga il visitatore a scorrere i nomi avanzando, sentendosi coinvolto in prima persona nel ricordo.

Memoriale Vietnam

Avrebbe certamente meritato una visita l’US Holocaust Memorial Museum, dedicato alla tragedia della Shoa, ma il tempo scarseggia e preferiamo dirigerci verso la Casa Bianca. Passeggiando abbiamo la netta sensazione di trovarci in una cittadina di provincia, non certo nella capitale degli Stati Uniti! Sarà che è agosto e che Obama si trova in vacanza a Martha’s Vineyard (così apprendiamo dai quotidiani), ma ricorre l’impressione che i controlli siano scarsi (o forse molto discreti).

Casa Bianca

Nonostante diverse persone me l’abbiano anticipato, rimango comunque attonita per le dimensioni tutto sommato ridotte della Casa Bianca; fuori si vede una manciata di manifestanti e molti turisti, ma non sembra davvero la stanza dei bottoni. Nel 1814 fu parzialmente distrutta da un incendio appiccato dagli Inglesi e in numerosi film è stata fatta saltare per aria (per colpa di alieni, terroristi, termiti…). La realtà è che questo edificio resta emblematico e affascinante proprio per ciò che rappresenta più che per l’architettura in sé. E’ possibile prenotare una visita al pianoterra e al primo piano, ma la richiesta al consolato americano va avanzata con diversi mesi di anticipo.

Prima di andare a cena, ci facciamo due passi a Georgetown, un suggestivo quartiere residenziale dove si trova la Georgetown University, dove assistiamo per la prima volta live ad un Ice Bucked Challenge anti SLA.

Senza infamia e senza lode il ristorante scelto per la cena: Asia 54, sempre nei pressi del Dupont Circle.

 

Giovedì, 14 agosto – 3° giorno

Di prima mattina ci rechiamo alla stazione dei treni di Washington per prendere un Amtrak, un treno extraurbano per Philadelphia. (Tra parentesi: ma quanto è contorta la macchinetta automatica per l’erogazione dei ticket della metro?). Da un punto di vista economico, il biglietto del treno non costa tanto meno di un volo, ma ha il pregio di collegare i centri città in circa due ore e mezza, attraversando il nulla della provincia americana. Ciò che mi colpisce di più è la super organizzazione all’interno della stazione: si accede solo muniti di biglietto e si attende l’arrivo del proprio treno in una sorta di gate che è al tempo stesso una coda, cosicché ci sia un ordine anche nella scelta dei posti.

DSC_0206

Philadelphia, ritenuta la sorella minore di New York, si trova in Pennsylvania (e, a dispetto di quanto si creda, non ne è la capitale), soprannominata Quaker State, per via dell’origine quacchera della colonia. Prima di diventare la colonia britannica più importante e popolosa del Nord America, la Pennsylvania era un luogo improntato al rispetto religioso e alle idee politiche più liberali. Philadelphia fu una delle città più attive dal punto di vista indipendentista e divenne un punto di riferimento importante per le colonie grazie alle ingenti quantità di materie prime disponibili (soprattutto carbone, legname e ferro), tanto da essere scelta come prima capitale (nel 1790 fu poi spostata a Washington DC). Nel corso del Novecento, poi, è andata perdendo pian piano gli altri suoi primati, culturale, commerciale e perfino industriale, tanto che Bryson descrive la periferia, popolata di fabbriche in disuso, come un luogo di grande degrado sociale. Questa breve introduzione per dire che, in effetti, da un primo giro turistico della città ricavo un’immagine di ex splendore e di benessere riservato a pochi: gli homeless sono numerosissimi, per le strade si vedono tanti ubriachi e molte facce poco raccomandabili e per la prima volta in questo viaggio avverto un po’ di disagio e anche nelle vie più battute della città.

Orientarsi qui è piuttosto semplice persino per me, visto che le strade che vanno da est a ovest hanno un nome, mentre quelle da nord a sud sono numerate. Passeggiando verso il quartiere storico, dove passiamo la nostra prima giornata, notiamo una metropoli che in effetti ricorda una piccola New York (ma molto meno affascinante): street food, tombini fumanti, distributori di quotidiani per strada, personaggi folclorici che tengono comizi improbabili davanti a passanti distratti e turisti attoniti…

DSC_0211

Il cuore della vecchia Philadelphia è l’Independence National Historic Park, definito “il miglio quadrato più ricco di storia di tutta l’America”. Nel parco si trovano tutti gli edifici che hanno visto nascere gli Stati Uniti e la sua Costituzione, ratificata nell’Independence Hall dai delegati delle 13 colonie. Per visitare questo edificio in stile georgiano bisogna presentarsi di buon mattino al Visitor Center per ritirare il biglietto gratuito e programmare l’orario d’ingresso (a gruppi con la guida); oltre a vedere la sala in cui si riunirono per la firma (con tanto di suppellettili sui tavoli… un po’ fake ma che bravi gli Americani nelle ambientazioni!), è possibile ascoltare i Rangers raccontare diversi aneddoti sull’Indipendenza.

DSC_0223

Alle spalle dell’edificio c’è l’Independence Square, dove venne letta per la prima volta alla collettività la Dichiarazione d’Indipendenza. Non nascondo il mio stupore di fronte ad una coda lunga sotto il sole di mezzogiorno per visitare il Liberty Bell Center, dove è custodita la campana di bronzo di ben 943 kg, forgiata nel 1751 per i 50 anni della Carta dei Privilegi (la si vede anche da fuori, visto che la parete dell’edificio è in vetro…). La campana, che era stata installata sull’Independence Hall, suonava solo in occasioni particolari, ad esempio sottolineò con i propri rintocchi la prima lettura pubblica della Dichiarazione oppure fu suonata per celebrare l’anniversario della morte di Washington, ma nel XIX secolo cominciò a creparsi e per questo si è deciso di custodirla in un apposito edificio. In fondo al parco, è possibile visitare il National Constitution Center (a pagamento) che, attraverso allestimenti multimediali, fa ripercorrere le tappe verso la firma della Costituzione americana.

Passeggiando per quest’area si possono visitare anche altre attrattive, come la Library Hall, in cui è esposto il manoscritto di Jefferson con il testo della Dichiarazione, oppure il Franklin Court, edifici storici fedelmente restaurati in omaggio alle invenzioni di Benjamin Franklin, o vedere la facciata in stile classico della Second Bank of the US, poi diventata la dogana della città.

Per cena ci regaliamo due momenti speciali: un aperitivo allo Stratus, un rooftop bar al 10° piano dell’Hotel Monaco e una cena da Morimoto. Per quanto riguarda lo Stratus, non c’è che dire, l’ambiente è pregio: barista molto carina e gentile, camerieri super professionali, clientela relaxed elegance (come dice il menù alla voce dress code), ma… non si vede la città, visto che la terrazza ha muri tutto intorno!

Morimoto invece è una scoperta fantastica: arredamento essenziale di design, tavoli che sembrano blocchi di ghiaccio ma cambiano colore, decorazioni alle pareti che ricordano i flutti dell’Atlantico. E il cibo non è da meno: mangiamo dell’ottimo sushi di pesce fresco e carnoso. Eccezionale.

IMG_1505

 

Venerdì, 15 agosto 2014 – 4° giorno

IMG_1206

La stanchezza per la giornata di ieri si fa sentire, così optiamo per una sveglia soft e per una mattinata a zonzo per il Center City, che è il motore economico e finanziario di Philadelphia. Qui si erge maestoso il City Hall, così grande che sembra essere rimasto imprigionato tra gli edifici a fianco: è il più alto edificio del mondo (165 metri) costruito in muratura senza strutture in acciaio ed è sormontato da una statua in bronzo di William Penn (considerato il fondatore della colonia della Pennsylvania) che pesa ben 27 tonnellate. Non si può dire che “Philly” sia brutta, ma anche il centro non riesce proprio a conquistarmi.

Per pranzo seguiamo i consigli della Lonely e ci dirigiamo al Reading Terminal Market, un mercato coperto in cui contadini locali, Amish e altre comunità vendono i loro prodotti biologici e preparano ottimi piatti e sandwich.

IMG_1509

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il Philadelphia Museum of Art. Ci sono molte buone ragioni per andarci. Intanto la passeggiata dal centro al Museum District è piacevole lungo la Benjamin Franklin Pkway, un vialone alberato dove campeggiano le bandiere di tutti i paesi del mondo (come resistere alla tentazione di un trivial improvvisato?). In secondo luogo, da buoni italiani, non vediamo l’ora di salire per la celebre scalinata di Rocky, ma soprattutto da qui la vista della città al tramonto è imperdibile.

IMG_1507

La struttura esterna richiama il Partenone, anche se è stato rimaneggiato in modo contemporaneo da Gehri e all’interno raccoglie capolavori meravigliosi dell’arte europea e americana. Ciò che ancora di più mi emoziona è scoprire che ogni venerdì sera il museo ospita dei concerti jazz di alto livello e così passiamo l’ora dell’aperitivo a degustare delle bollicine locali, mentre il pianista Peter Beets avvolge l’atmosfera di ricami meravigliosi.

Vacanza per me è questo: dedicarmi a tutto ciò che nel quotidiano mi è precluso, come il godere della musica inaspettata (e per questo anche più gradita) nell’atrio di un museo, mentre una scultura di Calder mi coccola dall’alto.

 

Info utili e consigli

Dove mangiare a Washington:

  • Kramerbooks & Afterwords Cafe & Grill, 1517 Connecticut Ave NW, Washington. Ristorante molto informale nel retro di una libreria. Personale giovane e gentile, insalate ricche (e piuttosto costose) e una cheesecake da urlo!
  • Asia 54, 2122 P St NW, Washington. Abbiamo assaggiato un paio di antipasti: dei fagottini con granchio e formaggio e i gamberi impannati nella farina di cocco. Come portate principali abbiamo provato un Seafood delight (verdure al vapore con un mix di pesce) e del riso saltato all’ananas. Non posso dire che le portate fossero cattive, ma non mi hanno conquistato. Niente da perdere la testa.

Dove mangiare a Philadelphia:

  • Stratus Rooftop Lounge, 433 Chestnut St, Philadelphia. Se stessi recensendo un bar all’aperto darei 5 stelle: la musica è adatta, i camerieri eleganti e gentili, la barista brava e dagli occhi incantevoli, il mojto accettabile. Ma lo Stratus si presenta come un rooftop bar, cosa che nella maggioranza dei casi significa skybar. In questo caso nessuna veduta se non sul muro del terrazzo… Tutto questo per 13$ a cocktail. Ma l’atmosfera è piacevole.
  • Morimoto, 723 Chestnut St, Ste A, Philadelphia. Al di là dell’ambiente veramente particolare nel suo design essenziale, la cena al Morimoto è stata eccellente. Il cameriere che ci ha seguito si è dimostrato molto gentile e capace di interpretare i nostri gusti per suggerirci i piatti più adatti. La presentazione è top, ma soprattutto le materie prime sono di qualità eccelsa e le ricette non banali. Consigliatissimo il Carpaccio di pesce bianco, il sushi e il dolce al cioccolato e banana. Conto adeguato al livello del cibo.
  • Reading Terminal Market, tra la 12th e Arch Street, Philadelphia. Si tratta di un mercato coperto dove far la spesa ma anche mangiare a qualsiasi ora. Si trova ogni ben di Dio cucinato in loco e con prodotti biologici. Tra le varie cucine del mondo, noi abbiamo optato per i formaggi freschi di una fattoria Amish. Ottimi.
  • Vernick Food and Drink, 2031 Walnut Street, Philadelphia. Sia l’insalata di mare, rivisitata rispetto a quanto siamo abituati, sia il black sea bass, cucinato con delle verdure molto gustose, sono ottimi. Bella gente, unico neo il tempo di attesa (nonostante siamo tornati all’ora indicata dalla manager, cioè 45 minuti dopo, abbiamo aspettato ancora mezz’ora prima di sederci nonostante un paio di tavoli liberi). Avete presente quei locali che se la menano perché hanno la coda all’esterno? Ecco.

Dove dormire a Washington:

Embassy Road, 2015 Massachusetts Avenue NW, Washington. Consigliabile per l’ottima posizione, a due passi dal Dupont Circle, l’albergo presenta camere grandi e pulite, ma piuttosto vecchiotte: tende malconce, moquette non di primo pelo, impianto d’aria condizionata rumoroso anche da spenta e una colazione dozzinale. Sul terrazzo al nono piano c’è una piscina e uno spazio solarium carini.

Dove dormire a Philadelphia:

Club Quarters, 1628 Chestnut St, Philadelphia. Ottima posizione, camera di media grandezza ma pulita e con un letto molto comodo. Arredamento più curato della media degli hotel di questo livello e wifi funzionante. Nella hall c’è un piccolo frigo bar a disposizione dei clienti con frutta e acque.

 

 

The following two tabs change content below.
Barbara

Barbara

Insegnante di mestiere, giornalista, lettrice e viaggiatrice per passione. Ama il sole, il buon vino, il cibo cucinato con amore, i libri quelli che “ne leggi solo una pagina altrimenti finiscono subito”, gli animali, in particolare il suo Olly. E' curiosa di tutto ciò che è nuova tecnologia e innovazione e di ogni realtà che sia evocativa di un mondo che non c’è. In perenne e precario equilibrio tra passato e futuro. Jeeper e harleysta per amore.

3 COMMENTI

  1. Anche questa volta Barbara mi ha davvero fatto viaggiare con lei. Le sue descrizioni dei luoghi così lucide e immediate regalano una visione efficacissima della sua esperienza. E poi i suoi commenti, la condivisione delle sue emozioni sono un regalo in più che rendono unici i suoi diari di viaggio. Lei è una vera viaggiatrice, non una turista…

LASCIA UN MESSAGGIO