Karabakh, un trekking nel paese che non c’è

Nagorno-Karabakh?
Ma dov’è? Era una delle domande che mi facevano spesso, quando raccontavo dove sarei andato a camminare.
Ma perché? Era la domanda che seguiva e a cui facevo più fatica a rispondere.

In effetti il Nagorno Karabakh è uno di quegli stati che pochi conoscono e che ancor meno riescono a situarlo in una mappa geografica con buona approssimazione.  Grande come la Lombardia e il Piemonte insieme, ma abitato solo da 200.000 abitanti il suo nome è già un programma perché è composto da ben tre lingue diverse: nagorno in russo vuol dire ‘montuoso’, kara vuol dire ‘nero’ in turco e bakh vuol dire ‘giardino’ in parsi.

Il Nagorno Karabakh, o meglio repubblica del Montagnoso Karabakh, o Artsakh, è uno di quegli stati  formatosi in seguito alla dissoluzione della vecchia Urss e che, ancora oggi, non ha trovato un suo posto nel mondo, riconosciuto solo da pochi stati al mondo, tra cui gli USA, e che sul sito del nostro ministero degli esteri è descritto come area da evitare, in quanto ancora zona di conflitto armato tra l’Armenia e l’Azerbaijan, e in cui, se ti succede qualcosa, sono affari tuoi…

Le premesse non erano allettanti, ma quello che mi aveva spinto a visitarlo fu l’imbattermi nella descrizione di un sentiero che lo attraversava quasi completamente, da sud a nord, molto ben descritto, segnalato sul terreno, e con la possibilità di dormire in famiglie e di conoscere davvero un paese dal dentro.

Questo sentiero è il Janapar Trail.

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Una delle cose che mi aveva più incuriosito era poi il suo logo: la sagoma dello stato del Nagorno, a cui erano state aggiunte cinque pallini di diversa grandezza, riuscendo a fare una somigliantissima forma del piede come simbolo del cammino attraverso il paese; capeau!

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Leggendo e informandomi sul paese diventavo sempre più attirato dal paese e da questo sentiero, e non era un caso che avevo preso un mese di tempo per esplorare la Georgia e poi lasciarmi guidare dal cuore per visitare gli atri stati dell’area caucasica.

Dopo un trekking nello Svaneti, ai confini con la Federazione Russa, mi ero poi spostato nella parte meridionale della Georgia, per una camminata nella regione del Kvemo Kartli,  e poi mi ero inoltrato in Armenia, inconsapevolmente, ma non troppo,  avvicinandomi al mio oggetto del desiderio.

Deluso un po’ dalle chiese armene, forse perché troppo turistiche o perché troppo restaurate, decisi di prendere la marshrutky mattutina che da Yerevan arriva in circa 6 ore a Stepanakert, lungo l’unica via di accesso alla capitale del piccolo stato.

Ci sono molte montagne da superare prima di arrivare al piccolo stato, e sul passo di Vorotan, sono stato sorpreso anche da una bella bufera di neve. Il sinistro monumento in basalto, che ricordava il punto più alto a più di 2300 metri, era avvolto da una nugola di fiocchi bianchi, che lo rendevano ancora più cupo. Ogni tanto la marshrutky si fermava per far passare i greggi di pecore che iniziavano a scendere dai pascoli più alti e i fieri pastori, in sella a piccoli e nervosi cavalli, con il loro enorme colbacco peloso di lana, sembravano tartari  appena scesi dalle steppe asiatiche.

Solo nel primo pomeriggio arrivai a Goris, l’ultima cittadina armena prima del confine, circondata da montagne innevate e incappucciata dalle nuvole, ma non finì qui. Un’altra salita e poi un’altra discesa su una serpeggiante strada tra verdi pascoli e antichi villaggi, in parte scavati nella roccia, mi portò finalmente al posto di confine con il Nagorno. Qui una giovane guardia in uniforme mi sorrise e in pochi minuti – la registrazione e l’emissione del visto, fatto su un foglio a parte per non avere problemi in una ipotetica e successiva visita in Azerbaijan  – mi fece capire che ero lontano anni luce dalle sordide atmosfere da guerra fredda che un tempo costellavano il viaggio in queste terre.

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Anche l’arrivo a Stepanakert, in poco più di un’ora, mi catapultò in una realtà ben diversa da quello che uno si poteva immaginare leggendo i libri o i media da casa. La cittadina era attiva, con tanti negozi, tanta gente a giro, un sacco di uffici governativi con impiegati giovani e gentili, e con tanti passanti che si prodigavano per indicarti la strada o aiutarti a trovare qualcosa da mangiare.

Penso sia uno dei pochi posto al mondo dove, dopo aver comprato una scheda telefonica dell’operatore locale e avendo finito in poco tempo il credito, fu un operatore del gestore stesso a regalarmi, dico regalarmi senza chiedere niente in cambio, dell’altro traffico in più.

E’ anche il paese dove le casalinghe sono maestre nell’arte di asciugare i panni. Su fili spesso lunghi anche decine di metri, che vanno da un palazzone all’altro o verso un palo di legno del telefono(!), tutti i carichi delle lavatrici sono sempre distesi in buon ordine, partendo dai capi più piccoli, come calzini e mutande, per arrivare alle tovaglie e alle lenzuola, e rigorosamente divisi per colore, quasi fosse un vanto e ci fosse un premio da vincere per “miss bucato”.

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Il Janapar trail inizia ad Hadrut, nel sud del paese a circa due ore di bus dalla capitale, e da qui non resta che seguire le spennellate celesti applicate sui sassi, sugli alberi, sui pali di una recinzione, che abbastanza frequentemente ti indicano la giusta direzione da prendere.

Ogni tanto un piccolo riquadro di latta, inchiodato alla meglio su un legno, è dipinto con il caratteristico logo del sentiero, il “piede” del Nagorno, che mi aveva tanto incuriosito.

Ci vogliono 5 o 6 giorni per raggiungere la capitale Stepanakert, in un ambiente che ricorda molto il nostro Appennino, con rilievi ammantati di boschi che finiscono in vette più ripide e ricoperte di pascoli e preterie, numerosi villaggi dalle case sparse, ognuna circondata da un giardino ricco di alberi da frutto con maiali e galline, con greggi di pecore e mucche al pascolo. Ma la parte più bella è arrivare il tardi pomeriggio in uno di questi villaggi e iniziare a cercare un posto dove dormire e venire invitati a prendere un te o un caffè da una signora che poi ti offre dolci e focacce al formaggio, andare da una casa all’altra alla ricerca dell’indirizzo giusto, trovare sempre una porta aperta e un piatto caldo ricambiati dal pagamento, spesso fatto con insistenza, di pochi euro. Certo non vi dovete aspettare grandi comodità, spesso le reti sono più simili ad amache, il bagno è quasi sempre in fondo al giardino e il riscaldamento è solo in cucina, dove del resto vive quasi costantemente tutta la famiglia, mangia e dorme, ma è sicuramente questa la parte più interessante del viaggio; spartire la vita giornaliera di queste persone e rivivere l’esperienza di quella che doveva essere la routine nelle nostre campagne fino al nostro dopoguerra.

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Come dimenticarsi dei racconti di guerra e la disperazione del figlio morto del signore di Togh con un colonnello dell’esercito che dormiva nella branda accanto alla stufa; della signora che mi aveva voluto accompagnare per forza a casa sua e offrirmi una sostanziosa merenda e anche della frutta da portare in viaggio; dell’arrivo a Sushi di sera e salire le scale di un disastrato condominio che sembrava essere stato bombardato il giorno prima dagli azeri, per essere accolti da una ragazza che cercava di promuovere il turismo in città in tutti i modi; della cameretta arredata con cura, dipinta di fresco e decorata con gli stencil, da Maria, del villaggio di Karintak che, con la stessa cura confeziona a mano i vestitini della figlia con strass e fiocchetti?

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Non vi perdete poi l’esplorazione delle grotte di Azoth. Portatevi una buona torcia elettrica, spirito di avventura, e soprattutto fatevi guidare da qualcuno per non scarnificarvi le gambe tra i cespugli di marruca che s’incontrano prima di raggiungere la sua entrata, e non perdetevi la bellissima gola di Hunot per farvi una doccia sotto una bellissima cascata, le cui concrezioni di travertino hanno formato una spettacolare grotta ammantata di muschio.

Se poi siete fortunati potrete assaggiare il pane appena cotto, sotto forma di fragranti focacce, nei tradizionali forni che, al contrario dei nostri che sono orizzontali e di solito ad altezza d’uomo, qui sono in verticale, scavati in terra. Vedere la singolare tecnica con cui si cuociono queste saporite focacce è uno spettacolo da non perdere, soprattutto se ve ne offrono una ancora calda!

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Sono passati 20 anni dalla fine della guerra che portò la popolazione armena a staccarsi dall’Azerbaijan, e l’indipendenza del paese, e la ferita non è ancora richiusa. La pace non è mai stata firmata e i due stati sono ancora formalmente in guerra. Lungo il confine ancora oggi ci sono dei posti dove un cecchino di una parte o dell’altra può farti fuori, e a rischio e pericolo, si può visitare la citta di Agdam, situata lungo il confine, dove i sinistri palazzi di una città di centomila abitanti, sono muti testimoni dell’orrore della guerra. Ma in ogni cimitero di ogni villaggio ci sono anche tante lapidi che ricordano i morti, civili e militari, di questa guerra che anche in questo luogo ha avuto il suo risvolto di pulizia etnica. Delle tante rovine di vecchie e belle case in pietra che spuntano nei villaggi del Nagorno, è difficile capire quali siano state abbandonate per volontà, alla ricerca di un futuro migliore, o quante per forza, costretti dalla violenza.

E’ difficile credere a quanta violenza deve esserci passata vedendo le verdi colline che degradano verso la pianura che verso est arriva fino al Mar Caspio, ma questa è sempre stata una terra di confine e di invasioni, da quelle dei mongoli a quelle dei persiani, per finire all’arrivo dei russi nell’800.

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Gli armeni lo definiscono come la loro “Svizzera”, in contrasto con il loro paese più aspro e arido e in certa misura, anche per il suo potenziale, è la stessa impressione che mi ha fatto a me, come luogo che dopo tanti anni tormentati possa diventare davvero un oasi di tranquilla bellezza e di vita serena.

Se poi dopo essere arrivati a Stepanakert volete continuare il viaggio a piedi lungo il Janapar Trail sappiate che c’è ancora un’altra settimana di cammino da fare, ancora non del tutto segnalato, che vi porta fino allo sperduto monastero di Gandzasar e di Didivank e magari con l’aiuto di una guida locale, provate a camminare fino a superare le montagne che vi dividono dall’Armenia, per rientrare nella zona del Lago Sevan, sarà un avventura magnifica.

Qui l’album delle foto del trek.

 

 

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Alessandro Vergari

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Cercatore di sentieri, da anni cammina alla ricerca di nuovi itinerari da percorrere a piedi per il mondo. Se volete camminare con lui cercatelo sul suo sito Vergarialessandro.wordpress.com
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