Lanzarote: tre itinerari per tre tipi di viaggiatori

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Ciò che più mi resta negli occhi di questi 10 giorni a Lanzarote sono i colori: il bruno della terra arsa dal sole, il nero della roccia vulcanica, il blu del cielo e del mare, il bianco della spuma dell’oceano e delle case, il verde dei cactus e delle persiane.

Lanzarote mi ha sorpreso: pensavo a una meta primaverile e rilassante per ingannare l’inverno, non troppo lontano da casa e non troppo costosa… Ho trovato invece un luogo incantevole, dove natura e intervento umano si sono armonizzati con grande cura (quasi ovunque), dove è possibile rilassarsi o dedicarsi allo sport, alla tavola, alla cultura.

Il clima è stato clemente (un paio di giorni di alisei a parte): generalmente a dicembre si gode di una piacevole primavera, ma quest’anno le temperature sono state più alte e il 1° dell’anno abbiamo potuto mangiare con i piedi nella sabbia a 25°; questo grazie alla calima, cioè un vento di scirocco che dall’Africa porta con sé anche sabbia e polvere, che però in lontananza rende ogni paesaggio un po’ annebbiato.

La posizione scelta come base, grazie ai consigli di alcuni amici spagnoli, si è rivelata azzeccata: Playa Blanca, nel sud dell’isola, è la più riparata dagli alisei; è dotata di alberghi vicino all’oceano ma non di orrende colate di cemento stile Cancun (che invece ho visto a Costa Teguise); pur avendo ristorantini e negozi turistici, è più armoniosa della luminosa Puerto del Carmen; è comoda per raggiungere la parte a mio parere più spettacolare dell’isola, cioè il Parco Nazionale del Timanfaya.

10 giorni, per vedere l’isola, sono sufficienti, considerando che ci siamo anche goduti due mezze giornate di sole in piscina J.

Come: fondamentale noleggiare un’auto all’aeroporto, che dista circa 40 km da Playa Blanca; una 500 ci è costata circa 40 Euro al giorno (compresa di assicurazione all inclusive); la benzina sull’isola costa poco (0,89 al litro). Raggiunta la meta, è fondamentale camminare per scoprire ogni angolo nascosto! Lanzarote è anche bike friendly (la strada dei Vulcani è molto battuta dai ciclisti, nonostante il forte vento e, d’estate, il caldo torrido).

Cosa vedere? Vi suggerisco 3 “chiavi di lettura” dell’isola che raggruppano ciò che, in giornate diverse, ho visto io (ce n’è per tutti i gusti ;-). Ringrazio gli amici di Vivere In Infradito per i preziosi consigli.

paese

  1. Natura natura natura: vulcani, paesaggi, spiagge…

Lanzarote è un’isola vulcanica, nata 20 milioni di anni fa quando un’enorme massa basaltica è risalita attraverso una spaccatura nella crosta terrestre.

L’evento più significativo risale al 1730, quando una serie di eruzioni vulcaniche creò il paesaggio che possiamo vedere oggi: brullo, nero, desolato, silenzioso, il Malpais, come lo chiamano qui. Gran parte dell’isola fu seppellita dalla cenere e dal magma e si formarono nuove montagne e crateri che eruttavano, mentre profonde spaccature inghiottivano località e uomini. Il risultato è una tavolozza di rossi, grigi, arancioni, marroni.

Parco Timanfaya

L’avventura tra crateri, colate e magma non può che partire dal Parco Nazionale del Timanfaya. Davvero difficile descriverlo: le Montañas del Fuego rappresentano una sintesi estrema tra l’inquietudine che suscitano i grandi spazi sterminati, dove domina la natura che sembra dar un monito alla piccolezza dell’essere umano, e la sensazione armoniosa di fare parte di un tutto gigantesco e insondabile. Il giro in pullman per la Ruta de Los Volcanes (con i propri mezzi non è possibile muoversi liberamente per il parco) è estremamente suggestivo: in 45 minuti l’itinerario tocca numerosi crateri, mostra le caldaie e le gallerie vulcaniche crollate con la sensazione di essere in un film di fantascienza. Il bus parte dal parcheggio all’ingresso del parco, dove sorge, ben nascosto tra le rocce e costruito in materiale ignifugo e ampie vetrate, il Restaurante del Diablo, nel quale si può mangiare carne cotta sulla grande griglia piazzata su un camino vulcanico. Per comprendere che non siamo così lontani dal fuoco della crosta terrestre, i guardiani del parco gettano delle fascine in buchi nel terreno e, indovinate… s’incendiano!

Timanfaya

Persino i bagni ricordano che siamo alle porte dell’inferno e non solo per l’onnipresente diavoletto simbolo dell’isola, ma anche per le pesanti porte in ferro battuto che aprendosi emettono un pesante boato.

E’ possibile fare una piccola parte della Ruta anche sul dorso dei dromedari, ma sinceramente mi è sembrata troppo una turistata…

Volcan del Cuervo

Se persiste la voglia di vulcani e camminare è un piacere come per la sottoscritta, consiglio un giro al Volcan del Cuervo e nel suo cratere. Il paesaggio è ancora un volta diverso: camminare sui lapilli solidificati dà la sensazione di sospensione nel tempo; il sole mostra colori sempre differenti e la meraviglia prende la forma dell’indefinito. Un piccolo arbusto strenuamente forza la superficie brulla del vulcano e…

E tu, lenta ginestra,

Che di selve odorate

Queste campagne dispogliate adorni,

Anche tu presto alla crudel possanza

Soccomberai del sotterraneo foco

 Meno affascinante è a mio parere la passeggiata di 4 km intorno alla Montaña Colorada, su un versante della quale si scorgono bei riflessi rossi. Ancora una volta tutto intorno c’è il nulla.

Los Hervideros

Ma oltre il fuoco Lanzarote è acqua… Da Playa Blanca verso El Golfo, oltrepassate le Saline, si trovano Los Hervideros, i bollori: spettacolo unico per gli impetuosi boati delle onde che si stagliano contro labirintiche grotte vulcaniche, percorribili attraverso sentieri rocciosi. El Golfo è un bell’insieme di casette bianche, basse e con porte e finestre verdi; qui, oltre a trovare numerosi ristorantini di pesce, si può vedere la laguna di Charco de los Clicos, un lago sul fondo di un cratere. Il colore verde è dovuto alla presenza di un’alga che, in contrasto con il nero della roccia, gli conferisce questa particolare colorazione.

Laguna

Tornando verso sud imbocchiamo la strada sterrata che porta a Playas de Papagayo, un paradiso terrestre (almeno in questa stagione, con pochissima gente). Si tratta di spiagge piccole ma incantevoli, incorniciate da crostoni di roccia giganti a capofitto sul mare, qui meno ondoso che altrove. La poca gente si disperde passeggiando sulle creste di questi promontori inospitali ma tanto suggestivi.

Papagayo

Imperdibile, infine, Playa Famara, sulla costa occidentale, la più lunga e affascinante di Lanzarote. Dune, sabbia, vento, onde: un incanto nel suo essere selvaggia e amata dai surfisti.

Famara

 

  1. L’uomo e la natura: dove l’intervento antropico si è armonizzato al meglio con l’isola valorizzandola.

Ciò che rende meritevole di visita le Salinas de Janubio è rappresentato soprattutto dai colori che, a seconda dell’ora, cambiano creando un mosaico di vasche di grandezze e tonalità diverse. Si trovano sotto la strada per Playa Blanca e, anche se ora non producono più le quantità di sale del secolo scorso, rappresentano un bell’esempio di connubio uomo-natura.

salin

Dal paesino quasi africano di Uga, spostandosi verso est si apre la regione de La Geria, splendida dimostrazione di come, nonostante la natura non troppo disponibile, l’uomo sia riuscito nel tentativo di addomesticarla. La vite qui cresce nel terreno vulcanico grazie ai muretti a secco che la circondano; i venti notturni poi fanno sì che questa pietra possa immagazzinare l’umidità necessaria per l’irrigazione e la crescita dei vigneti. Nell’insieme attraversare questa regione è sorprendente, così come degustare gli ottimi bianchi malvasie che vengono prodotti qui! Tra quelli assaggiati, il mio preferito è Los Bermejo.

Geria

Sulla costa nord orientale va assolutamente vista la Cueva de Los Verdes, 7,5 km di tubo lavico creatosi 5000 anni fa in seguito ad un’eruzione vulcanica. Le grotte che si sono così formate giungono al mare e in passato sono servite anche da nascondiglio dai pirati. E’ possibile percorrere circa 2 km di questo tunnel con una guida che ne illustra i segreti fino all’auditorium dove, complice un’acustica perfetta grazie alla roccia lavica, si tengono saltuariamente concerti.

Cueva

Nel salire e scendere tra i livelli di questo contesto surreale, mi viene da pensare che se Dante avesse conosciuto questo luogo, sicuramente l’avrebbe preso a modello per i gironi dell’inferno. Ma dopo 45 minuti di visita, “quindi uscimmo a riveder le stelle” per raggiungere poco lontano lo Jameos del Agua, l’estremità del tunnel di cui parlavo sopra. Fino a 50 anni fa i contadini gettavano qui la spazzatura; fu come al solito provvidenziale l’intervento di Cesar Manrique (di cui vi parlo sotto), che fece ripulire quest’attrazione naturale. All’interno della grotta ha valorizzato la grotta naturale e il laghetto di acqua salata, dove vivono rari esemplari di granchi albini; ha inoltre costruito un ristoranti, un auditorium e una splendida piscina dove il turchese e il bianco danzano in una cromia perfetta.

Jameos

Auditorium
Nel ritorno verso la capitale Arrecife mi ha colpito El Charco de San Ginés, una laguna recentemente bonificata di tutti i rifiuti che venivano abbandonati dai pescatori; ora vi è una passeggiata tranquilla e numerosi bar dove pranzare o passare la serata. La dimensione di vacanza che si respira è simile a quella del mio lago nelle giornate primaverili.

  1. Arte e architettura: soprattutto Cesar Manrique, naturalmente.

La sua presenza è tangibile ovunque: quest’artista versatile è stato capace di cogliere le debolezze dell’isola e trasformarle nei suoi segni distintivi nel costante rispetto per la natura, anzi in totale coesione con essa.

C’è ma non si vede il Restaurante del Diablo di cui vi ho parlato sopra, nel Parco del Timanfaya; c’è ma non si vede anche il Mirador del Rio, a nord di Lanzarote, costruito su una scogliera da cui si gode un’incantevole vista sulle isolette di La Graciosa e Alegranza.

Mirador

LaGraciosa

Alla perseveranza del contadino di Lanzarote Manrique ha dedicato il Monumento al Campesino, una struttura di un bianco abbagliante, costruito con vecchi serbatoi d’acqua in una zona parecchio arida, quasi a richiamare l’attenzione sui problemi idrici dell’isola.

Campesino

Per valorizzare la flora che, nonostante tutto, è rigogliosa Manrique ha disegnato il Jardin de Cactus, all’uscita di Guatiza, sulla costa orientale. Il terreno vulcanico nero sottolinea con forza il contrasto con il verde delle circa 1500 varietà di cactus che sono state piantate nella cava dove è ancora visibile un mulino.

Cactus

Nel vedere questo tripudio di piante rigogliose penso al mio balcone e a quei quattro fiori che chiedono pietà ogni volta che mi avvicino… Potrei dedicarmi alle piante grasse, in effetti!

Imperdibile a Tahiche è la Fondazione dedicata all’artista: in passato era la casa di Manrique, ma dopo la sua morte è diventata esposizione di opere d’arte contemporanea.

Fondazione
salotto Fondazione

Descrivere questo luogo è difficile: costruita all’interno di bolle vulcaniche createsi sotto terra, la casa è un susseguirsi di locali dove primeggia il bianco a contrasto con il nero, dove si respira tranquillità e armonia, dove le grandi finestre permettono un contatto diretto tra l’arte e la natura. La lava è materia, il bianco luce… Le foto parlano più di tante descrizioni…

Finestra fondazione

Ma l’isola presenta anche un fascino più storico: è il caso del Castillo Santa Barbara, una fortezza del XVI secolo costruita per proteggere la città dagli attacchi dei pirati. Ora vi si trova il Museo della Pirateria, ma è interessante andarci (vento forte permettendo) per la vista sterminata che ha su Teguise, la città coloniale costruita nel XV secolo, splendida nei suoi vicoli e nelle facciate di un bianco abbacinante. Vale la pena farci un salto la domenica quando si svolge un colorato e rumoroso mercato, capace di riempire la tranquilla cittadina di migliaia di persone. Sotto la piazza principale si trova la Gran Mareta, una cisterna che raccoglieva l’acqua piovana proveniente dalla montagna Guanapay, ma anche se è stata restaurata non è visibile ai turisti.

Un altro castello, quello de San José, si trova ad Arrecife; risale al 1774 circa e di per sé non hai mai svolto una vera e propria funzione difensiva. Rappresenta invece un bell’esempio di struttura riadattata per esaltare l’arte contemporanea nel MIAC (Museo Internacional de Arte Contemporàneo). L’artista che senz’altro mi ha colpito di più è Jason deCaires Taylor: le sue statue, gettate in mare, vengono ripescate mostrandone i cambiamenti, in un’estrema sintesi tra arte e natura che tanto sarebbe piaciuta a Manrique.

Taylor

Fuori categorie, infine, una passeggiata che mi è entrata nel cuore: da Av. Maritima, il camminamento di Playa Blanca sull’oceano porta in 3 km circa al Faro de Pechiguera, da cui si vede Fuerteventura. Ai piedi del faro si stagliano le onde impetuose; nessun suono artificiale è paragonabile al boato feroce e primitivo dell’oceano. E’ la voce dell’istinto che si scontra con la razionalità apollinea del sole che lo illumina. Le onde violente si scaraventano sugli scogli ripulendoli… Il faro in sé non è nulla di che, ma ha un valore metaforico intenso: è la luce in fondo alla passeggiata, è la chiarezza al culmine del percorso. E cade a proposito nel mio viaggio.

In attesa del prossimo…

(grazie al mio compagno di avventure per le splendide foto)

oceano

 

Come sempre, condivido i ristoranti in cui secondo me vale la pena mangiare e vi segnalo gli “assolutamente no”. Ma c’è solo l’imbarazzo della scelta, sulla base della mia esperienza in Spagna si mangia bene quasi ovunque.

DOVE SI’:

La Katedral, Playa Blanca, Av. Maritima: fronte porto, è il posto ideale per mangiare qualche tapas (ce ne sono moltissime) al tramonto. Friendly e personale gentile, prezzi giusti.

Vino + Lanzarote, Puerto del Carmen, ?C.C Barracuda | Local 14: ottime tapas, in particolare le melanzane fritte, l’aringa e la Pluma iberica. Ingredienti ottimi, servizio molto buono, prezzi medio alti per l’isola: una cena per due fatta da 6 rationes con tre bicchieri di vino, un dolce e un gin tonic (per altro superbo) a 73 Euro. Musica dal vivo discreta in sottofondo.

Kiosko Arenas, Playa Papagayo: anche solo per una birra al tramonto, gode di una posizione stupenda su questa suggestiva spiaggia del sud dell’isola.

Balcon de Femes, Femes: posizione strepitosa per il pranzo o cena presto, in quanto da qui si gode di un’ampia vista su Playa Blanca. Questa trattoria serve piatti tipici buoni e abbondanti. Sia la cernia alla griglia sia il capretto fritto sono ottimi. Personale gentile che fa sentire a casa. 2 antipasti (zuppa di mare e formaggio fritto), due piatti principali (finiti a fatica) e 4 birre: 56 euro.

Monumento al Campesino, San Bartolome, Carretera Mozaga: essendo proprio sotto al monumento di Manrique, temevamo una turistata. Invece abbiamo mangiato tapas ottime (formaggio di capra, polpo grigliato, crocchette di pesce e un’insalata ricca), a un prezzo molto onesto (25 euro in due). Atmosfera molto carina nel tripudio di bianco e verde della piazzetta su cui si affacciano i tavolini esterni.

Lagomar, Nazaret, Calle los loros 2: siamo stati qui per il Capodanno con menù fisso. Tutto molto buono: il ceviche di gamberi, il tonno scottato con mango, il gazpacho, il carabinero, la Pluma iberica, il dolce al torrone… L’ambiente è molto suggestivo: si tratta della villa tutta grotte e cunicoli che Omar Sharif aveva perso a carte. Merita una visita anche solo per bere qualcosa nella Cueva, il bar del museo.

 

DOVE PROPRIO NO:

Tiramisu, Playa Blanca, Calle Limones: se vi viene una forte nostalgia di pizza, evitate di fare come me. Nonostante le recensioni ottime su Trip Advisor, qui ho mangiato la peggiore pizza della mia vita…

 

 

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Barbara

Barbara

Insegnante di mestiere, giornalista, lettrice e viaggiatrice per passione. Ama il sole, il buon vino, il cibo cucinato con amore, i libri quelli che “ne leggi solo una pagina altrimenti finiscono subito”, gli animali, in particolare il suo Olly. E' curiosa di tutto ciò che è nuova tecnologia e innovazione e di ogni realtà che sia evocativa di un mondo che non c’è. In perenne e precario equilibrio tra passato e futuro. Jeeper e harleysta per amore.

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