Come organizzare un viaggio su un’isola norvegese del Mar Glaciale Artico: Soroya

Paesaggio isola Soroya Norvegia come arrivare

L’aurora boreale è il sogno di molti, anche il mio, ma forse sono una delle poche persone a essere andata nel posto giusto – il nord della Norvegia – nel periodo ideale – la fine di febbraio – senza averle viste nemmeno da lontano le luci del nord. Va detto comunque che io a Sørøya, un’isola di poco più di un migliaio di abitanti al limite del Mar Glaciale Artico, ci sono andata per dare la caccia non all’aurora boreale, ma al tørrfisk. La mia destinazione infatti è nota, oltre che per il relitto di una nave russa arenata a poche miglia dalla costa, per il merluzzo e i suoi derivati.

Come arrivare a Sørøya

Raggiungere il circolo polare artico in un lasso di tempo limitato non è semplice, per cui consiglio a chiunque sia interessato a vedere l’isola di Sørøya di inserirla come tappa di un viaggio di almeno dieci giorni in Norvegia. Io sono arrivata dall’Italia a Bergen e, da qui, ho raggiunto in aereo Tromsø. Ho passato la notte all’Ishavshotel e il mattino successivo ho raggiunto in aereo Hasvik, una delle quattro municipalità dell’isola. La Widerøe ha voli diretti per Sørøya più volte al giorno; in alternativa, è possibile partire da Hammerfest con il traghetto che impiegherà circa due ore per arrivare al porto di Akkarfjord. In entrambi i casi, conviene spostarsi sull’isola con gli autobus o meglio ancora con i taxi. Non c’è nessuna compagnia di noleggio auto ma questa si è rivelata una fortuna: Albjørg, la mia guida sull’isola, aveva la stessa disinvoltura di un pilota di rally lungo le strade di Sørøya. Come in altri posti dove nevica molto, la neve non viene spalata ma pestata fino a formare uno strato compatto sul quale guidare o camminare. Da evitare quindi per i guidatori poco esperti.

Dove dormire a Sørøya

Relitto Murmansk Guesthouse_Fotor cosa vedere a Soroya

La mia ospite mi racconta che a Sørøya non sono abituati ad avere molti visitatori, ed è facile credere alle sue parole mentre osservo il paesaggio estremo sfrecciare oltre i finestrini della macchina. Si vedono solo casette di legno isolate con la neve che raggiunge le finestre del primo piano, insenature con le barchette dei pescatori, e il mare talmente grigio da confondersi con il cielo minaccioso. Le uniche strutture alberghiere dell’isola sono l’Hasvik Hotel e la Sørvær Gjestehus. Io sono ospitata nella guesthouse, una struttura non molto grande ma confortevole, con vista sul relitto della nave russa Murmansk. Albjørg mi spiega che se anche le strutture sono poche, durante i mesi estivi qualche turista arriva: Sørøya infatti è una meta abbastanza nota nell’ambito del fish tourism. Gli isolani sono molto accoglienti e in estate aprono le loro case a chi giunge fino qui per la pesca al merluzzo. A Hasvik esiste addirittura un’associazione, la Big Fish Adventure, alla quale è possibile rivolgersi per l’organizzazione di una fishing holiday.

Dove mangiare a Soroya

Case barche Soroya paesaggio Norvegia

Se ci sono pochi posti dove dormire, i ristoranti sono ancora più scarsi. Su tutta l’isola c’è un unico spiseri, un locale a metà tra una birreria e la cucina di un pescatore: l’Åpen Krane si trova al pian terreno di un edificio di legno uguale a tutti gli altri, senza nemmeno un’insegna all’esterno. Ma d’altra parte, essendo l’unico ristorante, non c’è bisogno di pubblicità. Servono polpette di carne, ma soprattutto di merluzzo, in tutte le sue varianti, e pochi altri piatti.

Durante il mio soggiorno ho la fortuna di sperimentare l’ospitalità isolana a Sørvær, il più piccolo dei quattro villaggi. Qui, alcune donne organizzano una cena nei locali di una casa in tutto e per tutto simile alle altre abitazioni dell’isola: legno, finestre piccole, tetto spiovente, colori tenui. In realtà ha il ruolo che nei nostri paesi di campagna spesso svolgono gli oratori o le sedi delle pro-loco: un po’ cinema, un po’ luogo di ritrovo di bambini e anziani, un po’ ristorante improvvisato per organizzare cene e feste. Gli abitanti di Sørvær si radunano qui ogni anno in occasione del Sørøydagene, il festival che celebra l’inizio dell’estate. In questi locali, alcune donne hanno allestito un lungo tavolo dove viene servita la cena: polpette di merluzzo, carne di balena e di foca, suovas di renna. Il tutto insieme a dosi abbondanti di aquavit, un distillato di grano e patate.

Cosa vedere a Soroya

Paesaggio isola case_Fotor

Scopro da Albjørg che Sørøya è nota anche come piccola Lofoten. Domando alla mia guida quale sia, secondo lei, il motivo per cui le isole situate più a sud abbiano raggiunto una fama mondiale, mentre a Sørøya è toccata una sorte diversa. Innanzitutto il clima: le Lofoten, grazie alla loro posizione geografica, hanno un clima più mite e correnti più tiepide. Qui a Sørøya tutto è portato all’estremo: maggiore isolamento, clima più rigido. Queste condizioni sfavorevoli hanno impedito all’isola di diventare una meta turistica famosa, ma hanno fatto sì che lo stoccafisso sia il migliore di tutto il paese, secondo Albjørg. Me lo racconta mentre mi elenca le cose da fare. A malincuore, devo ammettere che si contano sulle dita di una mano: fare lunghe passeggiate, esplorando l’isola in lungo e il largo; andare alla ricerca del relitto della nave russa; partecipare a una battuta di pesca al merluzzo; cercare di avvistare l’aurora boreale. Sono sfortunata su almeno due fronti: innanzitutto non ho nessuna possibilità di vedere le luci del nord nei pochi giorni in cui sarò qui. In secondo luogo, il mare è troppo mosso per una novellina come me. Albjørg, che non ha quarant’anni ma ne ha passati i due terzi in mare, non è sicura che io sia dotata di quello che qui i pescatori qui chiamano sjøbein e che credo equivalga alle sea legs in inglese. A pesca ci sono stata solo un paio di volte e, a quanto pare, non basta a convincerla. L’esperta è lei, e non oso mettere in dubbio la sua valutazione. Decide dunque di portarmi a Breivikbotn, altro minuscolo villaggio di appena 300 abitanti, a vedere lo stabilimento in cui viene prodotto il tørrfisk, lo stoccafisso. Siamo in una delle zone più ricche di pesce del mondo: in queste acque, branchi di merluzzi depongono le uova nel loro viaggio di ritorno dal Mare di Barents. Tra gennaio e aprile, i pescatori consegnano i merluzzi appena pescati, mentre le donne si occupano della lavorazione. Due pesci di dimensione identica vengono legati all’altezza della coda e appesi alle hjeller, le rastrelliere di legno dove vengono lasciati a essiccare nei mesi invernali, quando l’aria è secca e fredda. Il processo di essicazione è complesso, perché entrano in gioco fattori diversi, come le dimensioni dei merluzzi, l’intensità del vento e delle precipitazioni atmosferiche.

Sørøya non è una destinazione per turisti: non fa al caso di chi voglia un posto facile da raggiungere, con alberghi confortevoli e ristoranti in stile New Nordic. Questa è un’isola dove la gente ha due possibilità: trasferirsi sulla terraferma, a Hammerfest o a Tromsø, oppure rimanere e fare il pescatore o l’addetta alla produzione dello stoccafisso. Il merluzzo e i suoi derivati sono l’unica fonte di guadagno: se dovesse venire a mancare, la sopravvivenza degli abitanti sarebbe a repentaglio e l’isola si trasformerebbe in uno spuntone di roccia e ghiaccio in mezzo al mare. Le persone che ho incontrato a Sørøya sa che questo destino potrebbe diventare realtà da un momento all’altro ma, nonostante questa consapevolezza, non sono un popolo ostile. Al contrario, mi hanno aperto le porte delle loro case, facendomi sentire la benvenuta, anche se per pochi giorni.

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Silvia Demick

Silvia Demick

Silvia è originaria di un piccolo paese della provincia piemontese, dove vive da sempre. Lavora in un ufficio in una stradina secondaria, ma immagina di abitare a Notting Hill, di lavorare a Williamsburg, di prendere un aperitivo a Montmartre e di cenare a North Beach. La trovate su The Food Traveler

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