Trekking fra il neolitico di Alpicella

Dopo aver camminato fra le rocce dei laghetti di Arenzano, sorge il desiderio di visitare i laghetti di Alpicella inseriti anch’essi nel Parco del Beigua.

Si parte in corriera da Varazze di buon’ora, meravigliandosi di quella vitalità che già anima la località, fra turisti fuoriusciti dagli hotel e gente del posto che si saluta amabilmente, facendo ritorno nelle proprie abitazioni dopo la spesa quotidiana.

Le strade alquanto tortuose conducono a San Donato, Parasio e poi Pero, dopo le quali giungiamo alla nostra destinazione, al termine di una mezz’ora. Scendiamo su una spaziosa piazzetta con al centro un monumento ai caduti e sui lati due o tre negozietti, fra i quali troneggiano la Trattoria “Ai cacciatori”e il Ristorante “Baccere bacciccia”; una sorta di palcoscenico che ospita la vita del paese anche nelle sue rinomate sagre alle quali fanno da corollario le solenni processioni con la folla assiepata nella vicina chiesa.

Di fianco a quest’ultima, si trova il piccolo museo di Alpicella con ritrovamenti del periodo neolitico, sfortunatamente quasi sempre chiuso, a differenza del vicino cimiterino, visitabile previo spostamento del chiavistello sul grosso cancello.

Si oltrepassa da una scorciatoia questo luogo di silenzio, per inoltrarsi lungo una stradina che conduce verso gli scavi archeologici, mentre si osserva il paesino abbarbicato sulla collina che sembra ammiccare come a voler rivendicare una propria dignitosa identità nei confronti della luccicante superficie marina che si intravvede in lontananza.

Camminiamo per una ventina di minuti in mezzo ad una fitta vegetazione incolta prima di accorgerci di essere giunti dinanzi a della pozze d’acqua alquanto estese formatesi a seguito di una cascatella che scende da una sorta di parete dotata di alcuni buchi.

Iniziamo a camminare sui sassoni che troneggiano in mezzo all’acqua prestando molta attenzione agli appoggi alquanto scivolosi e facendo nostre con lo sguardo tutte le suggestioni che quel tratto di ambiente incontaminato offrono: dalla sparuta farfalla che svolazza, al fiorellino striminzito che sopravvive fra le rocce.

La luce dei sole irradia in maniera anomala ciò che ci circonda quasi fossimo immersi nel dormiveglia di un sogno fantastico. Pur temendo di catapultarmi giù dai grossi massi, mi aggiro scattando foto col cellulare per carpire il più possibile l’essenza magica che aleggia fra felci e gigantesche piante acquatiche.

Mi siedo su alcune rocce e osservo dall’alto il fiume lento che scorre sotto ai miei piedi a perdita d’occhio, intuendo ciò che provassero gli avventurieri fra le intricate foreste, lontani dal mondo e dalla vita pulsante.

Vediamo comparire su un sentiero posto in alto un individuo a cui chiediamo informazioni riguardo ad altre particolarità da circospezionare; costui dice di abitare nell’unica casa presente al termine della strada poco distante, e ci parla di un ponte saraceno.

Galvanizzati dalla presenza di questa nuova meta ci dirigiamo oltre, pur lasciando a malincuore la località dei graziosi laghetti. Mentre continuiamo a chiederci come si possa decidere di vivere in luoghi sperduti, ai confini fra identità umana ed animale, vediamo una sorta di arco di pietra che sovrasta una discesa con di fianco una cappella votiva e una grossa croce di metallo arrugginita, adagiata come a voler accompagnare il viandante per il “ponte della vita”.

Altra domanda che sorge a noi spontanea è come potessero gli antichi edificare queste costruzioni in maniera semplice ma così straordinariamente durevole. Appagati da tale nuova scoperta ci dirigiamo nel bosco per osservare il cosiddetto “Riparo di roccia”, zona in cui sono stati ritrovati i resti neolitici e che presenta un ponteggio di legno atto a condurre il visitatore ad osservare questi antri naturali che fungevano da baluardi per i viventi preistorici.

Alcuni pannelli danno spiegazioni su ciò che qui è stato ritrovato.

Quanto basta per riprendere il cammino fra grossi castagni e sparute abitazioni disabitate e rimmergerci sulla piazza arsa dalla cocente calura dove alcuni ragazzi di colore, forse profughi, attendono come noi, che la corriera ci riporti nel flusso della vita frenetica della rinomata località balneare da cui eravamo partiti. Trascorrerà un po’ di tempo prima di realizzare che fosse realmente vero ciò che abbiamo osservato sulle alture di Alpicella facendo riaffiorare le immagini di quell’ ambiente straordinariamente surreale ai confini con il mondo preistorico.

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Giuseppina Serafino
Tutto è nato per caso… dal piacere della scrittura e della bicicletta, dall’osservare il mondo dal finestrino del treno per tornare al Sud, dalle camminate per arrivare allo sperduto paesino meta della nostra unica vacanza annuale. E poi come in un sogno… letterata di professione, giornalista e blogger, cicloturista, appassionata di trekking e di viaggi “fai da me”. Il mio è un uno stile di scrittura che spesso risente di un taglio”rigoroso”, tanto da indurmi a modificare il titolo del mio blog a “Non se lo fila nessuno”. Se qualcuno dei lettori resiste, me ne comunichi le ragioni, come un tributo alla volontà profusa nel perseguire i miei suggestivi traguardi.

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